La biscia di Mosè in sant’Ambrogio

Biscia di Mosè in sant'Ambrogio. Foto di GreenmarlinLa biscia di Mosè è un oggetto di culto piuttosto famoso a Milano.
Lo si può vedere all’interno della Basilica di Sant’Ambrogio montato su una colonna di granito con capitello corinzio. L’oggetto risale con buona probabilità all’età tardoantica o altomedievale, tra IV e VIII secolo. La tradizione milanese sostiene che sia giunto in città come dote della principessa Zoe, nipote dell’imperatore bizantino Basilio II, promessa sposa di Ottone III imperatore dei Franchi. Il matrimonio non fu mai celebrato per via della morte dello sposo, ma il dono rimase comunque a Milano.

Si legge spesso che sia il serpente di bronzo costruito da Mosè per proteggere il suo popolo dai morsi dei serpenti nel deserto. I cronisti lo citano più prosaicamente come reliquia capace di guarire dai vermi intestinali (la tenia) e che fu Carlo Borromeo a proibire alle madri di usare il serpente per contrastare i problemi dei bambini.

I serpenti di Mosè

Ezechia distrugge la biscia di MoséMosè era uno che di serpenti magici se ne intendeva. Per convincere il faraone a liberare dalla schiavitù gli Ebrei aveva già trasformato il bastone di Aronne in serpente. Era un trucco noto anche ai maghi egizi, che si affrettarono a replicarlo. Il serpente di Mosè fu però in grado di mangiarsi la concorrenza, dimostrando così la sua superiorità. Qui vi ricordo il motto latino sui serpenti che, per diventare draghi, devono prima mangiare altri serpenti: serpens nisi serpentem comederit non fit Draco.

Dopo l’uscita dall’Egitto il popolo di Israele sopravvive a stento grazie alla manna. La gente è senz’acqua e muore di stenti. Se ne lamenta ad alta voce e, come punizione divina, nell’accampamento compaiono dei serpenti velenosi che provocano altri morti. Mosè non riesce né a far arrivare cibo migliore né a far andar via i serpenti. Quindi, dopo aver invertito causa ed effetto in un discorso magistrale “cari, le vostre sofferenze sono il frutto delle lamentele”, tenta di risolvere la situazione con un miracolo mediato da un simbolo. Forgia un serpente di bronzo e lo innalza su un’asta. Invita chi è stato morso a rivolgere lo sguardo verso l’alto e a invocare Dio. Il gesto ha la funzione di riportare l’attenzione alla relazione con il divino in un momento di crisi.

Il serpente serve inizialmente per concentrare la preghiera. Col tempo il rito si stabilizza e l’oggetto acquista centralità autonoma. Il bisogno di sicurezza cerca soddisfazione nel manufatto stesso. A fare il miracolo è direttamente il serpente di bronzo e quindi a lui, non a Dio, si offre l’incenso per ottenerne in cambio protezione e guarigione.

Questa sostituzione è pericolosa per il culto e nel Secondo Libro dei Re (18,4) leggiamo che alla fine Ezechia distrugge il serpente, chiamato Nehushtan. Lo fa a pezzi in pubblico, non è possibile che quell’oggetto sopravviva e giunga a Milano.

La biscia viscontea

Il serpente in sant’Ambrogio forma un anello con il corpo, cosa assai innaturale per una creatura che si spinge in avanti sfruttando l’attrito con il terreno. Ritroviamo lo stesso anello nel biscione di casa Visconti che potrebbe aver incorporato un rimando alla famosa reliquia conservata in città.

In una pianura attraversata da rogge, marcite e zone umide, il rischio di incontrare rettili velenosi risultava basso. È molto più facile incontrare una innocua natrice. Sono una guida escursionistica ambientale e che racconto questo tipo di storie durante le mie passeggiate in natura!

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