Leggende di primule e fate

primule e fateLe primule e le fate sono legate da leggende che si sono intrecciate per secoli. A volte le piante erano gradite al piccolo popolo, a volte no. In particolare, una leggenda dice che colpendo una roccia con il giusto numero di primule, essa si aprirà e si potrà accedere al regno delle fate. La versione cattolica della stessa tradizione popolare attribuisce a san Pietro l’origine della credenza. Il custode del Paradiso avrebbe gettato sulla terra un mazzo di chiavi e queste, atterrando, si sarebbero trasformate in primule.

Una porta delle fate che non si apre facilmente si trova sulla collina rocciosa alle spalle di Arona, sul Lago Maggiore. Al di là di quella porta sono conservati tesori magici in grado di garantire salute per il bestiame, ricchezza e, forse, addirittura l’amore di una bellissima fata. Il problema è aprire la porta.

Come racconta molto bene Lucia Graziani nel suo blog Una penna spuntata, la maggior parte delle volte che si agitano delle primule davanti a una fata se ne ricava sfortuna. Ora, la maggior parte dei guai in cui sono incappati i protagonisti delle antiche leggende non credo dipenda dal numero di fiori. Io, da naturalista, ritengo possa essere derivata dall’uso generalizzato della parola “primula” per riferirsi a specie diverse.

Quale primula usare con le fate?

La primula comune è quella che forma le macchie gialle nei prati ombrosi e nei boschetti (carpino-faggete), con fioritura precoce alla fine dell’inverno. È spontanea quasi in tutta Europa e da noi in Italia si trova ovunque, tranne che in Sardegna. Una delle leggende riguarda la produzione del latte e del burro. Le vacche vanno protette dagli scherzi dei folletti, che farebbero irrancidire il latte, accarezzandole con delle primule. Chi porta al pascolo le bestie sa bene che quando finalmente esse possono brucare dei fiori, il burro viene più saporito e di colore più vivo. Se però si portano fuori dalle stalle le vacche a febbraio, quando fioriscono queste piante, forse è un filo troppo presto e sarà il freddo a far danni al posto dei folletti.

Ariel e la gioia di dormire in una primulaLa primula odorosa vive su substrati calcarei (quelli dove si aprono le grotte carsiche!), in prati aperti, dune costiere e scogliere. Fiorisce dopo la primula comune e, come dice il nome, profuma più delle altre. Probabilmente è per questo che Ariel, lo spiritello dell’aria che Shakespeare mette in scena ne La tempesta, la sceglie come posto per dormire.
Il nome inglese di questa pianta, cowslip, forse deriva da una parola che anticamente indicava il letame e/o lo scivolone su di esso. Insomma, da noi si dice che pestare una cacca porti fortuna, in altri posti, specie a picco sul mare, perdere l’equilibrio potrebbe avere effetti collaterali anche gravi. Si muore.

La primula auricola deve il suo nome alle foglie larghe e spesse, che ricordano le orecchie dell’orso. Anche lei cresce volentieri abbarbicata nelle crepe di rupi verticali calcaree. Le sue foglie sono in grado di espellere acqua grazie agli idatodi, delle aperture che servono proprio a smaltire liquidi in eccesso e sostanze tossiche. Volendo addentrarci in metafore ardite, questa primula “suda” o “piange” dalle foglie. Ciò che la pianta espelle potrebbe avvelenare gli insetti che lo bevono. 
Le fatine accorte non raccolgono goccioline emesse per guttazione da fragole, rose o primule.

 

Primule che portano sfortuna

Di specie di primule ne esistono oltre 500. le primule citate da Shakespeare Non mi è chiaro quale sia la specie di primula citata da Shakespeare per evocare malinconia in The winter’s tale: Pallide primule che muoiono nubili, riferendosi al fatto che fioriscono senza essere baciate dal sole e prima del ritorno degli insetti impollinatori. In ogni caso, mi spiace per il bardo, ma noi abbiamo una falena (sfinge del galio) che si diletta proprio nell’impollinazione della primula appenninica. Ve lo dico perché esiste anche una possibilità che questa falena sia all’origine delle leggende sulle pirauste, piccolissimi draghi incendiari originari di Cipro, e ne tratto estesamente nel mio Migrazioni dei draghi. Io eviterei di invitare pirauste in un luogo frequentato dalle fate, quindi eviterei tutti i fiori con corolla profonda ripiena di nettare graditi a queste falene.

Chiudo questa rassegna sulle fate e le primule con una certezza: esiste una primula che arreca dolore a chi la tocca. La primula obconica se ne vivrebbe tranquilla nei boschi di Cina e Tibet se non fosse carina. Così carina che ora la si trova come pianta da appartamento nei nostri vivai. Lei ha una strategia per suggerire di essere lasciata in pace: allergeni in gradi di scatenare dermatiti da contatto. I giardinieri allergici conoscono bene la “dermatite da primula” e trattano questa pianta coi guanti (e ne hanno selezionato varietà anallergiche).

Insomma, se volete seguire i consigli degli scozzesi e mangiare una primula per poter vedere le fate, attenzione a quale scegliete!
Mi raccomando, infine, di guardare bene nelle corolle per controllare che non vi siano spiritelli o insetti addormentati dentro.


A chi vivesse dalle parti del Lago Maggiore, ricordo che sono una guida escursionistica ambientale e che racconto questo tipo di storie durante le mie passeggiate in natura!
Il prossimo appuntamento con le fate dei fiori sarà il 18 aprile e parleremo di narcisi.

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