La leggenda più famosa legata al larice è una storia d’amore tra un’anguana e un uomo mortale ambientata nelle Dolomiti bellunesi.
La principessa Merisana si innamorò del Sovrano dell’Antelao, ma per sposarlo pose una condizione molto difficile da esaudire: desiderava che il dolore e il male scomparissero dal mondo. Impossibile! Una vecchia ondina ricordò però che a mezzogiorno del 24 giugno, giorno di san Giovanni Battista, il mondo si fermava per un attimo di pace. Il matrimonio si svolse sulle rive di un lago e tutte le creature delle Dolomiti accorsero per festeggiare Merisana. Ognuna portò un fiore: rododendri, genziane, gigli, campanule e altre fioriture raccolte sui prati e tra le rocce.
I doni erano così numerosi che i nani della montagna li legarono insieme. Costruirono un mazzo gigantesco, alto e ramificato come un albero, e lo piantarono in una radura. I fiori, però, erano stati recisi e il sole del mezzogiorno li fece appassire. Merisana li protesse con il suo velo da sposa. Da allora quella piramide di vegetazione rinseccchita ogni primavera riprende vita: si colora prima di verde, punteggiato dai coni femminili di un bel rosso vivo, poi ingiallisce e si riaccende in autunno.
Il ruolo del larice in natura
Il larice si comporta da specie pioniera. È amante della luce, capace di colonizzare terreni disturbati come scarpate e frane, le sue radici ben diramate concorrono al consolidamento dei versanti. I semi del larice germinano sul terreno sgombro e faticano molto ad attecchire sui prati-pascoli. La gente di montagna aveva osservato la colonizzazione dei terreni abbandonati da parte di questa essenza e, vista la sua utilità, ne favorivano l’attecchimento arando i campi un’ultima volta prima di andarsene.
Dopo l’insediamento del larice si avvia una successione con l’ingresso di abete rosso e pino cembro che, crescendo all’ombra delle chiome rade, portano alla sostituzione del lariceto puro con un bosco misto. Il pascolo intenso blocca l’evoluzione del bosco perché le bestie brucano volentieri i germogli morbidi e succosi dei piccoli pini e abeti.
Usi tradizionali del larice
Fino agli anni ’40 i lariceti puri venivano tagliati rasi in particelle dai contorni rettilinei e dell’ampiezza di 3-5 ettari (6-10 campi da calcio). Oggi si preferiscono tagli con margini irregolari e il rimboschimento tiene conto anche delle esigenze genetiche. Il legno era usato per fare praticamente di tutto: travi per le case, scandole per i tetti, infissi, scale interne, pavimenti, mobili, culle e casse da morto. Il larice non marcisce in acqua e, pertanto, lo si usa per fare grondaie, ruote da mulini, battitoi per la canapa, secchi, slitte e carriole.
Dalla corteccia si estraeva il tannino necessario alla concia delle pelli e in molte valli si facevano anche collari per proteggere i bambini dai dispetti degli spiriti ostili. Le incisioni lungo il tronco permettevano di raccogliere la resina, da usare poi sia per fare la trementina che delle caramelle zuccherine contro la tosse e il mal di gola. Dal larice si fa anche un tipo di miele (manna) non particolarmente gradito agli apicoltori perché è duro e cristallizza già nelle celle. Le api raccolgono la melata, gli zuccheri trasudati dalle foglie delle conifere, e ne fanno scorte.
Racconterò questa e altre curiosità in una conferenza a Celtica 2026. Sono una guida escursionistica ambientale e parlo sempre volentieri delle relazioni tra folklore e ambiente.














