La contrada del drago occupa una parte raccolta del centro storico di Siena, tra piazza Matteotti, via del Paradiso e la basilica di San Domenico. Durante i giorni del Palio, le sue bandiere verdi e cremisi sventolano con una viverna dorata, incoronata, con le ali spiegate e un pennoncello azzurro stretto nella zampa. La creatura regge un’insegna con la lettera U, aggiunta in onore di Umberto I.
Il drago dei Benincasa
L’insegna deriva dall’antica compagnia militare di San Donato ai Montanini. Sia san Donato d’Arezzo che san Donato di Eurea hanno felicemente sconfitto draghi.
Secondo la tradizione conservata dalla Contrada, la compagnia raffigurava un drago in memoria di santa Caterina da Siena. La famiglia della santa, i Benincasa, usava infatti questa creatura nel proprio stemma. Nella chiesa di san Domenico c’è ancora quella che si ritiene essere la pietra tombale del padre della santa, Jacopo Benincasa, con la viverna in rilievo.
Il drago araldico possedeva significati molto diversi da quelli attribuiti al mostro delle leggende agiografiche. Poteva comunicare vigilanza, custodia, fedeltà e valore militare. Lo stemma dichiarava che una famiglia o una comunità era pronta a sorvegliare il proprio territorio e a difendere ciò che considerava prezioso. In araldica, una figura rappresentata con il volto di profilo è detta “passante” ed è generalmente benevola. La contrada non ha nemici storici ed è alleata dell’Aquila. Il motto della contrada recita: “Il cor che m’arde divien fiamma in bocca”. Il fuoco nasce quindi da una forza interiore.
Dai carri fantastici al palio
Nel Cinquecento, le contrade adottarono nomi “da battaglia” e animali tratti dalla fauna reale, dai bestiari e dall’immaginario araldico. Durante le cacce dei tori, entravano in Piazza del Campo grandi carri costruiti nella forma dell’animale della contrada. Due giovani dovevano quindi andarsi a sedere a una tavola imbandita al centro della piazza. Dai lati, entravano quindi vari animali, dai più piccoli come lepri, volpi e istrici, via via crescendo a cinghiali e cervi. Gli animali erano braccati da cani da caccia e correvano indemoniati in cerca di una via di fuga. L’obiettivo dei due sfidanti era vincere i dieci scudi d’oro in palio e per farlo dovevano continuare a mangiare difendendosi con la sola spada. Se resistevano abbastanza a lungo, alla fine arrivavano i tori.
Questa tradizione grondante goliardia fu abolita dal Concilio di Trento. Oggi non sarebbe permessa per lo stress causato agli animali, ma sarebbe interessante rivederene una rappresentazione teatralizzata.
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